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Torniamo per una sola volta sulla pettinatura "alla mascagna", come è stata chiamata dal nostro storico locale il trattamento inferto ad una signora vanzaghese nei giorni successivi al 25 aprile 1945 (cfr. post "Trecentomila e tre").
Lo stesso umiliante trattamento era riservato alle donne che arrivavano nei lager nazisti, e contribuiva a togliere loro ogni residuo di dignità umana.
Ecco come ha vissuto questo trattamento una donna, figlia di un simpatizzante del fascio, che nel 1945 aveva 14 anni:
"Non so come fui capace di alzarmi dalla sedia. Non vedevo nulla, barcollavo. Ma mi trovai subito tra le braccia di mio cugino e di altri due ragazzi. Loro mi coprirono la testa con un basco. La gente sulla piazza seguitava a ridere e a gridare. Ho il ricordo di un frastuono orrendo, che per mesi avrebbe continuato a risuonarmi nel cervallo. Venni trascinata via di peso. In una strada vicina c'era il garage di un noleggiatore, amico di mio padre. Fu lui a portarmi fuori dalla città, sino al paese della zia.
Quando mi vide, la mamma svenne. Me ne restai chiusa in casa per molti giorni. Non volevo più uscire. E rifiutavo di guardarmi allo specchio. Quella maledetta svastica rossa non se ne andava via. Tutte le mattine, la mamma tentava di cancellarla con l'alcol e la svastica stava sempre lì. Piangevo di continuo, gridavo che mi sarei uccisa. Molte volte ho pensato che avrei ucciso il partigiano che mi aveva sconciata in quel modo turpe. Avevo dei capelli bellissimi, di unbiondo scuro. E lui mi aveva trasformata in un mostro" (Gianpaolo Pansa, La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer Editori, Milano 2006, p. 252).
