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Si è molto discusso, nei mesi e negli anni passati, sul tempo necessario per ottenere la cittadinanza italiana.
La sinistra, che - coerentemente con i suoi principi - considera il valore dell'identità pari a zero, si è sempre battuta per la "cittadinanza più facile". Dare più facilmente la cittadinanza agli stranieri significa, per la sinistra, avere un numero consistente di potenziali elettori, così come abbassare l'età del voto (e pensare che noi torneremmo al voto a 21 anni...).
Bene, immerso in queste riflessioni, e aperto all'esperienza dei padri, il vanzaghese si è reso conto che, tradizionalmente (e chissà fino a quando, in un paese che ha perso la sua identità) la cittadinanza vanzaghese si acquista dopo la terza generazione.
Certo, si tratta di una tradizione informale, non scritta, senza valore legale (ci mancherebbe).
Però è così. Per essere "de vansac" non basta risiedere a Vanzago da 3, 5, 10 o più anni; non basta essere nati a Vanzago; non basta che i genitori si siano trasferiti a Vanzago prima della nascita: è necessario che la gente conosca i nonni.
Non è questione di tempo, ma di relazioni; non è questione di pratiche burocratiche o cerimonie, ma del riconoscimento implicito di una comunità viva.
Tutto ciò scomparirà, sommerso tra le carte della burocrazia e formalità imposte dall'alto. Ma ci permette di godere di una breve sensazione di come doveva essere costruita la società nell'ancien régime: fondata sui legami personali, che creavano l'identità della persona. Come non pensare al fatto che un pezzo di carta ha sostituito una stretta di mano, o "la parola"? Si, era una società che si reggeva sulla fiducia reciproca (sì, come il feudalesimo), costruita "dal basso". Una società senza stato, mentre adesso abbiamo uno stato senza società.
"Chi non ha vissuto negli anni prima della rivoluzione non può capire cosa sia la dolcezza del vivere" (Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, detto Talleyrand, 1754-1838).
